Roma, Circo Massimo, 8 luglio 2023
Negli anni ’80 esplose in Europa, in maniera molto più commerciale rispetto agli USA, l’hard rock con tutte le sue varianti, tra cui lo sleaze metal, il glam rock, lo street metal e altre etichette del genere, che cercavano di rendere più ruffiane e orecchiabili le sonorità metal. Ebbene, senza ombra di dubbio, i Guns’n’Roses, insieme a pochi altri gruppi, tra cui gli Aerosmith e i Bon Jovi, furono gli interpreti più fortunati di quella stagione, poi arrivata all’apice negli anni ’90 con l’uscita degli album Use Your Illusion I e Use Your Illusion II.
Ora, solo chi ama veramente la musica ed è nato proprio a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 può comprendere il significato e il valore di canzoni come Welcome to the Jungle, Paradise City, Sweet Child O’mine del primo album Appetite for Destruction e poi i capolavori di Use Your Illusion I e II come November Rain, Don’t Cry e, infine, la loro versione, forse la più nota al mondo, di Knockin’ on Heaven’s Door originariamente scritta da Bob Dylan.
Dopo il successo planetario di quel doppio album del 1991, in realtà i Guns’n’Roses non furono capaci in seguito di produrre altro di significativo, infatti nel 1993 giunse The Spaghetti Incident?, che raccoglieva una serie di belle canzoni, ma si trattava sostanzialmente di cover, e poi dopo ben 16 anni esce Chinese Democracy, senza la presenza del chitarrista Slash e del bassista Duff McKagan e, in effetti, fu il definitivo declino del gruppo, che non riuscì a produrre più nulla, perso tra controversie legali, scazzi vari e tutti i problemi di cui soffrono le grandi rockstar.






E, tuttavia, per chi ha apprezzato i Guns’n’Roses nella loro stagione migliore; per chi ha ancheggiato da adolescente tra gli indimenticabili riff di Don’t Cry e le pene d’amore della struggente November Rain; per chi si è scatenato con la folta capigliatura, di cui non rimane più alcuna traccia, con le sonorità punk di Paradise City e You Could Be Mine; per tutti e tutte queste non più giovani amanti del rock Axl Rose, Slash, Duff McKagan e Dizzy rimangono delle icone ineguagliabili nel panorama della musica mondiale e la possibilità di rivederli di nuovo insieme nella splendida cornice del Circo Massimo a Roma è una occasione imperdibile.
Noi l’8 luglio 2023 al Circo Massimo di Roma c’eravamo.
C’eravamo per ricordare insieme gli ancheggiamenti con i quali ci siamo innamorati.
C’eravamo per ripercorrere i momenti passati sul letto ad ascoltare le musicassette Hard Rock Ballads nel walkman con le cuffie a spugna.
C’eravamo per onorare lo spettacolo che, sapevamo, sarebbe stato unico e indimenticabile, a tratti commovente, in mezzo ad altri 46.000 spettatori, gran parte dei quali attempati boomer e un discreto numero di giovani, a testimonianza che il rock è ancora vivo e vegeto.
C’eravamo perché, in qualunque modo potesse andare, Axl Rose è, come sostiene anche Virginradio.it, pur sempre la miglior voce di tutti i tempi, potendo (certo, un tempo) raggiungere ben cinque ottave di estensione vocale.
C’eravamo perché, al di là delle sterili diatribe sul miglior chitarrista al mondo, lo stile di Slash è inconfondibile, inequivocabile, riconoscibile, unico e quello, si sa, non può cambiare con il tempo, a differenza dello strumento della voce.
Sicché al Circo Massimo noi c’eravamo per tributare il giusto riconoscimento ad un gruppo che è stato pur sempre nell’Olimpo degli dei della musica rock, ma che per qualche ragione legata al maledetto tempo che passa lasciando inesorabili le sue tracce sul corpo, tende verso il declino.
Sapevamo che la voce di Axl Rose non sarebbe stata la stessa di un tempo, d’altronde era folle pensare di poter mantenere ancora a 61 anni tutte le cinque ottave di estensione vocale, ma uno spettacolo live di 3 ore e un quarto senza alcuna interruzione dal Golden Circle (PIT) finora non ce l’aveva regalato nessuno. Axl era davvero in forma sul palco, a suo agio come un tempo, certo un po’ appesantito, come noi del resto, ma il suo ancheggiare sulle note di Pretty tied up, il suo percorrere il palco in lungo e largo ci ha fatto rivivere gli anni d’oro della band. Bastava chiudere gli occhi e la musica faceva riaffiorare alla mente quei fotogrammi in cui a passi larghi con la fascia in fronte a raccogliere la folta chioma lunga e bionda, la camicia a quadroni legata al cinto e il microfono di spugna giallo viveva i suoi momenti migliori.
Niente video sui led a coprire i tempi morti, niente dance hall, niente monologhi (a parte le due battute su Berlusconi), solo musica rock con Slash che non ha mai lasciato il palco per un attimo, dall’inizio alla fine con la sua bella e sudata maglietta bianca con una stampa d’eccezione per onorare il giusto tributo ad un altro dio, Clint Eastwood.
Noi, insieme ai 46.000 spettatori, ipnotizzati dagli dei del rock, che erano ancora lì sul palco a ricordarci che il tempo avanza, lascia i suoi segni, che arriva per tutti il momento del crepuscolo, ma l’importante è esserci per vivere e potersela raccontare.
Slash e le sue chitarre e la immancabile verticale






Duff in splendida forma



